Le parole che scriverò, saranno ben pesate. Una ad una. La prossima, sarà una storia drammatica, dolorosa, spietata, ma soprattutto, vera. Vi racconterò di un miracolo, forse preteso dalla divina pietà di Poseidone, Dio del mare. Forse dalla misericordiosa compassione di Maria, madre di nostro Signore. Non lo so. Forse fu solo il destino e l’illogica casualità, che vide l’intersecarsi di alcune forze della natura: brezze marine, furibonde burrasche, derive e scarrocci.
A prologo, è dovuto che io v’illustri alcune cose che torneranno certamente utili, se non altro per commisurare la grandezza di questo inverosimile avvenimento. Non intendo approfondire oltre misura e portare a galla, minuzie tecniche, quindi lo storico mi dovrà perdonare, la vicenda umana rischierebbe di perdere priorità, precedenza che invece gli appartiene.
Perché ho deciso di scrivere questo post? Spero, nel mio piccolo, di scuotere ed emozionare quegli animi che prendon fuoco facilmente e che altrettanto facilmente, ciarlano, con torve aspettative, di guerra e di fucili. Sono coloro che “trattano” di conflitti e cannonate come se si parlasse di partite a carte e di assi nella manica. È successo e risuccesso. Ma non dovrebbe più ripetersi. Sarebbe forse la fine di tutto. Io credo che a volte, conoscere, provare, comprendere e condividere il dolore di chi ci è già passato, può veramente far la differenza.
Iniziamo:
A sud della penisola balcanica, nella bellissima Grecia, c’è una lunga e brulla lingua di terra che termina, a poco a poco, nel mare turchese. L’estremità, dove l’ultimo lembo s’intinge gradatamente nell’ acqua, è Capo Tenaro. Sopra a quella riva, migliaia di anni fa, fu eretto da abili costruttori, un bellissimo tempio colonnato dedicato a Poseidone, Dio del mare, figlio di Crono e fratello di Zeus. A fianco, affacciata sul mare, c’è la bocca di una grotta profonda, che per gli antichi, era la casa di Ade, Dio del regno dei morti e delle ombre. Questo dito adunco di terra greca, che affoga l’affilato artiglio nel mare, è noto, a molti marinai, con l’infelice nome di Matapan, Capo Matapan.
Sud Est della Sardegna. Villasimius, è una bella località turistica con il centro storico abbarbicato sulla catena montuosa dei sette fratelli. Poi, al turista che voglia visitarla, la città si lascia dolcemente scoprire: difatti, scendendo giù per le caratteristiche stradine, si può arrivare alle spiagge di finissima sabbia bianca, rinomate mete del villeggiante continentale.L’acqua, è una lastra di cristallo trasparente. Entrarci, è una soddisfazione, alla quale nessuno può sottrarsi. Spesso, la cintura collinare ad occidente e l’apertura sul mare, rendono questo territorio, meta dell’irruente vento del Carducci(E sotto il maestrale, urla e biancheggia il mar…), che quando vuol far sentire la sua voce, riesce ad accarezzarlo con raffiche che possono raggiungere i cento chilometri orari, invocando spiriti di burrasca.
Ricordati quindi due località:Capo Matapan e Villasimius.
In linea d’aria, lontane l’una dall’altra, 1180 chilometri (Venezia -Sfax, Tunisia). Se invece volessi, per capriccio, navigare da Capo Matapan fino a Villasimius, dovrei solcare il mare per circa 1400 chilometri (Venezia – Istanbul, Turchia) e utilizzare: motore, bussola, radar e carta nautica. Non potrei certo affidarmi alle benevolenze di Nettuno o di Eolo. Arrivare in Sardegna, sarebbe un’impresa ardua, se non impossibile. lo scaroccio e la deriva, mi farebbero capitolare chissà dove…Un viaggio senza fine.
Parliamo di navi.

L’incrociatore, è una potente nave da guerra, armata con cannoni e mitraglie e protetta da corazze di solidissimo acciaio. Durante la seconda guerra mondiale, la Regia Marina (militare italiana), era dotata essenzialmente di due tipi di incrociatori, quelli leggieri e quelli pesanti. Gli ultimi, erano dotati di cannoni più potenti, i 203 mm. Il proiettile, pesava più o meno 125 kg e usciva dalla bocca infuocata a oltre 900 metri al secondo. Praticamente un meteorite. I Pesanti, più moderni, erano detti i “10.000”. Quattro navi gemelle.
Quattro sorelle, universalmente riconosciute tra le migliori mai riuscite: Zara, Fiume, Pola e Gorizia. L’orgoglio navale Italiano. Casa, rifugio e speranza di migliaia di marinai italiani e indirettamente, delle loro famiglie.Erano bellissime, effondevano sicurezza e potenza. Parevano invulnerabili e designate, senza eccezione, alla vittoria…
Invece no.
Pronti a muovere.
Mediterraneo, marzo 1941. Il 26 sera, le belle navi italiane, con i cannoni per chiglia (disposti cioè a riposo, lungo l’asse longitudinale dello scafo), scivolarono silenziose e a luci spente, fuori dei loro porti, lasciandosi alle spalle le sagome dei fari oscurati che rappresentano, da sempre, l’ultimo amico saldo a terra, del marinaio in partenza. Lentamente, sparirono inghiottite dal nero manto della notte. Erano ben disposte e pronte a dar battaglia. Il loro obiettivo, erano i navigli inglesi che giocavano a nascondino da nord a sud dell’ isola di Creta. L’intento, era quello di attaccare, distruggere e rientrare rapidamente nei porti nazionali. In avanscoperta, lontani dalla centrale ammiraglia, navigavano i veloci incrociatori: Trieste, Trento e Bolzano. Il loro incarico, era quello di scovare il nemico, far da esca e ripiegare in ritirata, lasciando così l’iniziativa all’avversario che, seguendoli, si sarebbe trovato a portata dei potentissimi cannoni della corazzata Vittorio Veneto e del suo seguito che, con un’infinità di terrificanti bordate, avrebbe invertito la situazione. Questa tecnica, invece, fu adottata in modo più repentino dagli inglesi, che per primi diedero la poppa alle navi italiane e cercarono a loro volta di attirarle vicino alle loro compagne che, lontane, attendevano con i cannoni già in punteria. Fu così che cominciarono i “giochi di guerra”. I nostri cannoni, iniziarono a sparare da 24 km di distanza, ma nessun colpo andò a segno. Per non far la fine del topo, i marinai italiani, poco dopo, invertirono la rotta, subito imitati dagli inglesi che, da prede, divennero predatori. L’ammiraglia italiana, rimasta in agguato nelle retrovie, appena inquadrato l’ignaro nemico, aprì il fuoco. In 22 minuti sparò 94 colpi con i potentissimi cannoni da 381 costruiti dall’italiana Ansaldo. Un loro proiettile, il perforante, pesava 885 kg. e il Vittorio Veneto poteva colpirti a 44 chilometri di distanza. Anche questa volta, tanti ciuffi d’acqua bianchi, ma nessun centro. L’ammiraglio italiano, che tanto aveva fatto per preparare l’attacco contando sull’effetto sorpresa, decise, a questo punto, vedendosi scoperto, di invertire la rotta e rientrare. Ormai, la flotta inglese sapeva tutto, come si dice…Il gioco non valeva più la candela. “Macchine avanti tutta, si torna a casa”. Ma come spesso capitò, durante tutto il secondo conflitto italiano, vuoi per mancanza di strumenti, vuoi perché le cose dovevano andar in un modo piuttosto che in un altro (provate a leggere Trizzino), i nostri, avevano fatto i conti senza l’oste e adesso il taverniere giocava le sue carte. L’ammiraglio inglese, imbarcato sulla sua corazzata ancora troppo lontana, ma con i cannoni già pronti, giocò il suo asso. Ordinò ai suoi velocissimi aerosiluranti di attaccare con le torpedini la formazione italiana, che ignara, navigava verso casa. Un siluro, l’ultimo, colpì a poppa il Vittorio Veneto, la nostra corazzata, che ferita perse velocità. La navigazione riprese lentamente, ma lo schieramento della formazione italiana cambiò e le navi minori, si misero vicine e a guardia, pronte alla difesa. Era marzo, ed il sole tramontò presto. Le lunghe ombre delle navi si fecero sempre più nere. Fu al riverbero delle luci rosse, accese per la navigazione notturna, che al nostro comando arrivò la notizia: un nostro incrociatore pesante, il Pola, una delle quattro sorelle, non rispondeva all’appello. Appena fu possibile, il Zara ed il Fiume, assieme a quattro cacciatorpediniere di scorta, invertirtono rapidamente la rotta e a tutta velocità (con il carburante che iniziava a scarseggiare), si misero alla ricerca della nave colpita. L’arduo obiettivo della squadra di salvataggio, era di recuperare l’incrociatore ferito e rimorchiarlo verso casa, ma nel caso ci fossero stati problemi con il nemico, che si sapeva vicino, l’ordine sarebbe stato di recuperare l’equipaggio e affondare la nave. Quando ne distinsero da lontano la sagoma, la nave galleggiava completamente al buio ed immobile. Pareva avesse gettato le sue pesanti ancore. Pensandoci, riesco ad immaginare la felicità che si diffuse tra i marinai del Fiume, quando diedero loro l’ordine di impegnarsi per organizzare le operazioni di rimorchio della gemella, gravemente ferita, ma finalmente ritrovata. Tra la sua corazza, dentro le torrette dei cannoni, nei locali sopra e sottocoperta, nelle sale macchine, negli interstizi e nei corridoi, alla luce di una candela, recitavano il loro Padre Nostro, 1041 marinai. Tantissimi amici. 328 di loro non rivedranno mai più casa.
Eremiti, si trova in provincia di Salerno, Campania. 562 metri sul livello delmare. Più che un paese, è una frazione, un piccolo borgo abitato da una comunità di un centinaio di paisà. Le case “presepiane”, sono aggrappate a dei colli verdissimi e la vista che si gode dai suoi terrazzi è bellissima. È qui, tra i vicoli sassosi di questo a borgata, che un giorno del 1919, nacque il marò Francesco Chirico.
Francesco, ama il suo paese e l’agricoltura, logica coerenza di una natalità avvenuta tra colline verdi e rigogliose, ma nel ’39, con la speranza di vedere oltre le sue alture, si arruola nella Reggia Marina e inizia a girar per mare imbarcato come cannoniere. Adora disegnare, e lo fa spesso. Un giorno, invia alla famiglia il ritratto di un veliero. A vederlo sembra il Vespucci, l’orgoglio della nostra Marina Militare, invece no, è la gemella, il Colombo, alla quale toccherà una tristissima sorte. Destinata ad essere mozzata dei suoi robusti alberi, fu adoperata come chiatta per il trasporto del legname nella lontana e fredda Russia (come risarcimento bellico). Ma il nostro marinaio ha nel sangue la campagna e le sue creature, così spedisce al papà, alcuni semi di melo reperiti chissà dove, con la speranza di poterli far germogliare, un giorno, nella sua terra tanto cara e lontana. Probabilmente, a marzo (del 41), si ritiene uomo fortunato, la guerra ormai è già inoltrata e si dice che finirà presto e poi lui, ha poco da temere! È imbarcato su una delle più belle navi della Regia Marina. È superba, veloce e ha cannoni innovativi e letali. La sua nave, porta il nome di una famosa città italiana e fa parte dei nuovissimi incrociatori pesanti, i 10.000, lui è imbarcato sul regio incrociatore Fiume.
Capo Matapan, notte del28 marzo 1941. Il sole, rosso sangue del crepuscolo, si era già immerso nel mare greco ed ora, le tenebre imperavano ovunque. Le giovani vedette, posizionate nei punti alti e strategici delle navi, scrutavano, con occhi attenti e addestrati, lo spicchio di mare loro assegnato. Sapevano che sarebbe stata dura trovare il Pola, ma che anche i nemici, avrebbero fatto altrettanta fatica a trovar loro. Il cielo ed il mare, erano scuri come la pece. Quando la intravidero, sembrava un felino privato della sua agilità, quieta e vezzeggiata dallo sciabordio dell’onda. Mancando l’elettricità a bordo, tutto era come paralizzato. Qualche torcia elettrica, un flebile lumino, si spostava lento sul ponte, tra le battagliole e le mitraglie, per un attimo spariva per poi riapparire un po’ più in là. Dal Pola, un razzo segnalatore, fu sparato alto nel cielo; il messaggio sarebbe stato chiaro in tutte le lingue del globo: “Siamo qui! Venite a prenderci… Presto, prima che il nemico ci raggiunga”.
Francesco e la sua nave, erano in fermento, pronti a compiere il loro lavoro, si adoperavano con le previste manovre per l’accostamento e per il lancio delle cime per il rimorchio. Gli ufficiali programmavano già la rotta per il ritorno. Gli inservienti, nei loro cannoni (si seppe dopo), non erano in allarme, sicuri che nel buio di quella notte, nessuno avrebbe minacciato il loro lavoro, ma le loro certezze, non avevano fatto i conti con la tecnologia all’avanguardia del nemico. I marinai britannici, possedevano il radar e così, accesi i dispositivi, sugli schermi, la notte divenne giorno. Le sagome delle nostre navi erano visibili, posizione e velocità erano note. Alle 22.27, tutte le navi inglesi, posizionate parallelamente alla linea delle nostre, aprirono il fuoco contemporaneamente, con tutti i cannoni a disposizione. Grossi, medi e piccoli calibri, vomitarono rabbiosamente, acciaio esplosivo contro le ritrovate navi italiane. Il tiro a segno durò poco, ma la precisione, le raffiche e la successione dei colpi, furono impressionanti. I cannonieri e i direttori di tiro inglesi, onorarono i loro precettori. Quando iniziò, le nostre giovani e sfinite vedette, con le palpebre sempre più pesanti e i riflessi meno attenti, ancora abbarbicate ai loro posti, rimasero come paralizzate quando furono illuminate a giorno dai potenti proiettori britannici, che li avevano inquadrati. Nessun incrociatore riuscì a rispondere o a preparasi alla difesa tanto inaspettata e rapida fu l’azione nemica. Come squarci nella notte, le porte degli inferi si aprirono e come forge infuriate, sprigionarono le loro letali lingue di fuoco.
Il Fiume e lo Zara, vennero colpite subito e quasi contemporaneamente. La prima sorella, la nave di Francesco, fu centrata da tre dei più potenti proiettili a disposizione, i 381 (885 kg cadauno). La seconda, attirò a sé 17 colpi, dei 381, ma non affondò subito, anzi, in preda alle vampe, senza governo e luce, resistette assieme al suo equipaggio. L’ingegneria e la carpenteria italiana, non volevano cedere all’arroganza del fuoco inglese che già tanti morti aveva prodotto. Poi, ridotto ad un relitto fumante in agonia, venne fatta esplodere dai propri uomini e s’inabissò con i suoi fantasmi. Il mare l’abbracciò. Eliminati i nostri incrociatori pesanti, i cannoni inglesi iniziarono a tirare sulle quattro cacciatorpediniere di scorta; due affondarono e due, con il cuore spezzato, si allontanarono per aver salva la vita. Quella notte, l’Italia perse 2231 figli.
Il regio incrociatore Fiume, alle 22.27, portava in grembo 1104 uomini. Qualche minuto dopo l’attacco, 813 anime bussarono alle porte dell’Ade. La nave, restò a galla meno di cinque minuti. Colpito per primo e squarciato, velocemente imbarcò acqua nei settori di poppa, sbandò sul fianco di dritta e alla fine si capovolse. Tra ruggiti di lamiere incandescenti, sfiati roventi di vapori, esplosioni e milioni di bolle, la nave puntò dritta all’abisso. Cinque minuti. Voi cosa avreste fatto in quei cinque minuti?
Chiaro, la nave era persa, il fuoco avanzava e fuori c’erano i nemici con i cannoni ancora inferociti. Molti compagni, semplicemente non esistevano più, cancellati dalle tre impressionanti esplosioni, ma Francesco, un ragazzo in gamba di 22 anni era ancora vivo. Come si suol dire, la speranza è l’ultima a morire e così, si diede da fare per trovare una via di scampo. In fin dei conti, l’artiglieria lo aveva risparmiato, da qualche parte c’erano le scialuppe ed i gommoni. Il giubbotto salvagente, era legato stretto alla vita e tanti compagni erano con lui. Quante storie si era “bevuto” su naufraghi tirati in salvo, racconti di marinai più anziani: ”Si và in acqua e poi qualche soccorritore ti vien a salvare e così, quando arriverai a casa, come un eroe, ne avrai di storie da raccontare per far tremare i bambini ed arrossire le ragazze. Coraggio!”
L’alba, arrivò anche a Capo Matapan ed i primi raggi del sole freddo di marzo, iniziarono a sfiorare il mare. Nell’area, dove poche ore prima manovrava il regio incrociatore Fiume, ora galleggiavano degli uomini. Chi avviticchiato ad un gommone, chi al proprio salvagente. In tutto, a respirare ancora, erano rimasti 291 cristi, stravolti dalla stanchezza e dall’esasperazione.
La superficie dell’acqua era torbida e puzzolente di nafta e piena di rottami galleggianti. Casse di legno, pezzi di tela, fogli di carta, cime gonfie e sfilacciate, fusti vuoti. Molti camisacci logori (le giacche dei marinai), galleggiavano con le maniche aperte, ma inanimati. Prima gli inglesi, poi gli italiani (avvisati dal comandante britannico), trassero in salvo i superstiti di quella battaglia impari che tante giovani vite aveva spezzato. Dei 1104 uomini imbarcati sul Fiume, solo 291 si salvarono riportando ferite fisiche, ma ancor peggio, traumi psicologici pesantissimi.
Il marinaio Francesco Chierico, non era tra loro.
Villasimius estate 1952, 10 agosto. Lungo il bagnasciuga della bellissima spiaggia, accompagnato dallo spumeggiare dell’onda prossima alla riva, si arena, un po’ instabile, un oggetto. I più lo scansano, è sporco ed incrostato, ma infine, qualcuno, lo accosta con un piede nudo, spingendolo sulla sabbia. Forse l‘istinto o forse un sussurro, bisbigliato nell’orecchio da un giovane spettro, induce un signore a fermarsi per raccoglierlo. Non è pesante. Da una piccola finestra, risparmiata dalle incrostazioni, ammicca un riflesso. È una bottiglia! Con un po’di sabbia e qualche mano d’acqua, lo sporco si stacca e dal vetro si riesce ad intravvedere l’interno. La bottiglia, sigillata con della cera, custodisce qualcosa. Alzata la mano al sole, nella trasparenza, si vede benissimo, è un pezzo di carta… o qualcosa di simile. Divertito, lo sconosciuto pensa ad uno scherzo, qualcuno, forse due amanti, ha voluto affidare al mare il proprio segreto. Oppure, più semplicemente, qualche burlone, ha gettato in acqua una bottiglia con scritto sopra qualche battutaccia rivolta al curioso di turno ed è lì, proprio a pochi metri a guardare, con altri amici, aspettando la reazione dello scemo del villaggio. Con attenzione, ma non troppa, toglie la cera e srotola il messaggio pronto a tutto… o quasi.
Non è carta comune, sembra tela o forse carta da sacco. Si scherma il viso, il sole d’agosto picchia. Socchiude gli occhi ed inizia a leggere.
Regia Nave Fiume – Prego signori date mie notizie alla mia cara mamma mentre io muoio per la Patria. Marinaio Chirico Francesco da Futani, via Eremiti 1, Salerno. Grazie signori – Italia!
4015 giorni, undici lunghi anni. Tanto ha dovuto navigare quella fida bottiglia per arrivare in Sardegna.
Avete mai visto la forza di un mare in tempesta? Avete idea della potenza di una corrente marina? Conoscete il soffio del vento in burrasca? Chi la guidò, non è dato a sapere. Capite ora, il senso delle distanze sopra descritte, Capo Matapan sta a Villasimius, come Venezia sta a Istambul, Turchia. Se non fosse per i reperti, le testimonianze e i documenti, avrei pensato ad una invenzione, come si dice oggi, ah già…una fake news. Chiacchere di vecchi lupi di mare, raccontate nelle taverne giù al porto vecchio e poi passate di bocca in bocca. Ma non è così. Cosa fu, per quella generazione di ragazzi, di madri e di padri, di fratelli e di sorelle, di amici, la guerra. Quel signore, ebbe la forzae l’amore di finire l’ingrato compito affidato alla bottiglia. E così si aprirono le porte degli uffici competenti. Militari e amministratori si misero al lavoro. Era il 1952 e gli echi della guerra non erano ancora scomparsi. Molti, moltissimi avevano perduto qualcuno. L’ultima porta che si aprì, fu quella di una inconsolabile e ormai anziana mamma. Non soffermiamoci al momento in cui gli fu consegnata la lettera, ai giornalisti invadenti, alle autorità che presenziarono alla cerimonia, all’interessamento del Presidente della Repubblica di allora, che volle decorare Francesco. Passiamo oltre, Vi prego. Si è fatto tardi e l’anziana signora, spossata e sola, si prepara per la notte come fa ogni sera. Distesa, nel ritiro della propria camera, ripensa al proprio bambino… a quanto gli piaceva disegnare. E lo rivede saltare e lo scorge correre e lo sente cantare per le vie di Eremiti e nel giardino di casa. Porta i calzoncini che tante volte gli aveva accomodato e la maglietta colorata che gli piaceva tanto. In un cassetto, conserva come l’oro, i suoi disegni e le lettere che le spediva da lontano. Ora sa! Il suo ragazzo è a LEI che ha voluto mandare l’ultimo pensiero. Ora sa!
Si è fatto veramente tardi e con un pezzo di carta al petto, stretto tra le dita, ed una vecchia bottiglia sul comodino, è giunto il momento di lasciare spazio ai sogni, quelli veri. Chiude gli occhi e serena, cerca nel sonno, di avvicinarsi al suo ragazzo. Un giorno, molto presto, lo riabbraccerà.
PS. Se a primavera, vi capiterà di passare per Eremiti, passate per l’indirizzo indicato nel messaggio e girate dietro la casa. Troverete il Melo di Francesco in fiore che il papà con tanto amore aveva piantato per il figlio…
In rete c’è tutto, se vorrete approfondire, o vedere il messaggio, è lì, basta cercarlo.
Un’ultima curiosità raccontata da tanti uomini presenti al momento dei fatti, ma ormai assolutamente inverificabile. Era l’alba del giorno dopo l’attacco e mentre i sopravvissuti attendevano di essere salvati, improvvisamente, poco distante, ci fu un mesto ribollire dell’acqua.Qualcosa stava emergendo dal mare nero. Era il Fiume. Lentissima, emerse per prima l’altissima torre della centrale di tiro. Poi arrivarono i fumaioli, i cannoni sulle loro torri. Fu un attimo indescrivibile. Di nuovo, un placido gorgogliare e la nave tornò nell’abisso, questa volta, per sempre.
meditate gente… meditate.
A presto
Preghiera del marinaio (A.Fogazzaro)
«A Te, o grande eterno Iddio,
Signore del cielo e dell’abisso,
cui obbediscono i venti e le onde, noi,
uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Marinai d’Italia,
da questa sacra nave armata della Patria leviamo i cuori.
Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione.
Da’ giusta gloria e potenza alla nostra bandiera,
comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei;
poni sul nemico il terrore di lei;
fa’ che per sempre la cingano in difesa petti di ferro,
più forti del ferro che cinge questa nave,
a lei per sempre dona vittoria.
Benedici , o Signore, le nostre case lontane, le care genti.
Benedici nella cadente notte il riposo del popolo,
benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare.
Benedici!»